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Si tratta di due riti distinti, come esistono nella Chiesa cattolica
vari riti (SC 3: EV 1,3-4; can. 2 CIC) nei quali rimane identica
la sostanza della santa messa, mentre essi differiscono in vari
e molteplici particolari che ne mettono più o meno in luce
vari aspetti; è proibita la commistione tra i due riti (EV
9,1035d).
Pertanto non viene messa in dubbio la validità della c.d.
"nuova" messa - introdotta sotto il pontificato di Paolo
VI nel 1969 con la Costituzione apostolica Missale Romanum (20 ottobre
1969: EV 3,1619-1640), con la decorrenza dal 30 novembre 1969 (ivi,
1621) - a condizione che il sacerdote celebrante abbia l'intenzione
(attuale o virtuale) di consacrare.
Non può venir messa in dubbio, quindi, né la legittimità
(a certe condizioni) della messa tridentina, né la validità
(a certe condizioni) della "nuova messa".
La santa messa
La santa messa si può definire come atto supremo del culto
di Dio Uno e Trino, mediante il sacrificio redentore di Gesù
Cristo compiuto sulla croce, che si rinnova ossia rende presente sull'altare
attraverso la ripetizione dell'Ultima Cena, sacramento del sacrificio
di Cristo (la santa messa è un sacrificio sacramentale, applicativo).
La sua struttura fondamentale è data dalla c.d. liturgia della
parola e dalla liturgia eucaristica che, a sua volta, consta di due
parti: il sacrificio e la santa comunione. Essenziale è il
sacrificio, nel quale mediante la consacrazione separata del pane
e del vino si rinnova l'offerta al Padre del Corpo e del Sangue di
Gesù Cristo: uno e identico ne è il sacerdote principale,
una e identica la vittima, Gesù Cristo, soltanto il modo di
fare l'offerta è differente, cruento sulla croce, incruento
sull'altare (Pio XII, Enciclica Mediator Dei, II 1: EE 6,493-494).
Esso si rinnova perché la Chiesa si unisca al sacrificio del
suo Capo e s'inserisca in esso, partecipandovi, al fine di trarne
i frutti salvifici. A tal fine è necessaria una partecipazione
spirituale dei fedeli (cfr. ivi, 506-528), non è necessaria,
invece, la santa comunione che è una parte integrante del sacrificio
ed è obbligatoria soltanto per il sacerdote celebrante. Non
è necessaria la presenza dei fedeli alla celebrazione, perché
la santa messa è sempre un atto pubblico, a favore di tutta
la Chiesa.
Le principali differenze
Da quanto detto sulla struttura fondamentale della santa messa, sacrificio
sacramentale di quello della croce, risultano le principali differenze
tra la messa tridentina e quella "nuova", assieme alle finalità
della santa messa, ossia tra quello che la messa è e quello
che la messa non è:
difatti, il fine della liturgia non è quello di costituire
un'assemblea, di fare uno spettacolo, di fare una "festa",
di celebrare una semplice cena.
Ora, nella nuova messa si riscontrano alcune accentuazioni che potrebbero
far travisare le finalità essenziali della santa messa:
1) nella "nuova messa" è accentuato l'aspetto di
azione della Chiesa (intesa come?): il sacerdote celebrante
in parecchi momenti si confonde in un certo qual modo con i fedeli
(come risulterà meglio ancora); ma la santa messa non un'assemblea;
2) nella "nuova messa" è accentuata la liturgia
della parola, comprese le varie "didascalie", quindi
l'aspetto didattico (anche se l'omelia è spesso impoverita);
ma la messa non uno spettacolo, e tanto meno TV (?).
3) nella "nuova messa" è ridotto l'aspetto sacrificale
(un offertorio quasi inesistente, le preci eucaristiche più
brevi e scarne); ma la messa non è (solo) una "festa"
(l'accento posto sulla gioia della risurrezione);
4) nella "nuova messa" è accentuato l'aspetto
conviviale (già nell'Offertorio): ma la messa non è
una cena (soltanto), come per i protestanti.
Il sacrificio eucaristico
Il sacrificio che è la parte centrale e del tutto essenziale
della santa messa, sacrificio sacramentale, perché riferito
a quello della croce, è atto supremo di culto divino, al fine
di lodare e ringraziare Dio, dal quale riceviamo tutto (Es 22,29;
33,5.21; Lv 23,10; Pr 3,9).
Il sacrificio, dopo il peccato, ha anche una finalità propiziatoria,
di riconciliazione con Dio (cfr. 2Cor 5,19), mediante l'atto supremo
di obbedienza di Gesù Cristo, unico Mediatore tra Dio e gli
uomini (1Tm 2,5), obbedienza fino alla morte di croce (Fil 2,8), per
soddisfare (più che per "espiare", ma vedi anche
1Gv 2,2) per i nostri peccati, in quanto il peccato è disobbedienza
(cfr. Rm 5,19).
Conseguentemente, il sacrificio eucaristico è anche un sacrificio
di impetrazione di tutte le grazie necessarie per la nostra salvezza
(cfr. Rm 8,32), di impetrazione per i vivi e i defunti, per la Chiesa
e per tutto il mondo, in particolare per chi viene celebrata la messa,
per chi la celebra, per chi vi partecipa ("assiste").
Ne risulta l'assoluta necessità della santa messa per la salvezza
eterna, in quanto in essa si rinnova e rende presente il sacrificio
redentore di Gesù Cristo. La sua obbligatorietà scaturisce
dalla virtù della religione (giustizia verso Dio) e dal suo
valore salvifico del tutto fondamentale.
Un solo sacerdote
Il sacrificio della croce, e quindi quello sacramentale,
per anticipazione, dell'Ultima Cena, e quello sacramentale "per
commemorazione" (nel senso forte della parola) dell'eucaristia
("rendimento di grazie"), è compiuto dall'unico
ed eterno Sommo Sacerdote, Gesù Cristo (Eb 7,24; 9,26).
Nella messa tridentina, celebrata da un solo sacerdote, risalta
chiaramente questo aspetto cristologico della santa messa. Il sacerdote
è mediatore tra Dio e gli uomini, ministro di Cristo: è
lui che offre i doni (vittima), che consacra, che compie il sacrificio;
solo grazie alla sua azione il sacerdozio, essenzialmente distinto
(LG 10b: EV 1,312), viene attuato ed esercitato ed è reso
efficace.
Pertanto, il Canone (romano) è la preghiera esclusivamente
sacerdotale e viene recitato, per la maggior parte, a bassa voce,
eccetto il canto (o recita ad alta voce) del Prefazio e del Pater
noster.
La concelebrazione, limitata dal Concilio Vaticano II ad
alcuni casi e che non può venire mai imposta ai singoli sacerdoti
(SC 57: EV 1, 97-106; can. 902 CIC), non aiuta a percepire l'unicità
del sacerdote il quale non è mai soltanto un "presidente"
(dell'assemblea). Essa fa risaltare l'unicità del sacerdozio
intorno al Vescovo, specialmente il Giovedì santo, ma non
deve diventare una comoda abitudine che peraltro priva i fedeli
del beneficio della santa messa distribuita in più luoghi
e orari.
L'altare
Il sacerdote non si pone "contro" i fedeli, chiudendosi
in un cerchio (cfr. Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia³,
Cinisello Balsamo, 2001, p. 76), ma sta a capo del "popolo di
Dio", quale condottiero, e con esso si rivolge a Dio, verso l'oriente,
verso l'altare, il quale non deve essere mai una tavola (per una specie
di Cena di tipo protestante) e che non è prescritta, resa obbligatoria,
anzi, la duplicità di "altari" dovuti a quelli posticci
deve col tempo scomparire (cfr. doc. sulla riforma liturgica del 25
gennaio 1966: EV 2,610).
Sull'altare deve essere collocato un crocifisso, perché vi
si rinnova il sacrificio della croce; vi si trova, in mezzo, il tabernacolo,
sede di Cristo, presente realmente sotto le specie eucaristiche e
la cui presenza, prodotta dalla transustanziazione avvenuta nella
consacrazione, è durevole; vi sono i candelieri con le candele
per significare la presenza di Cristo, "luce del mondo"
(Gv 8,12; Lc 2,32; 1,78); nella sua pietra si conservano le reliquie
dei santi, nostri intercessori presso Dio (Canone romano), con i quali
siamo uniti nella grande comunione dei santi e della liturgia celeste
(cfr. Ap 6,9).
L'altare, con il ministero del sacerdote (cfr. 1Cor 4,1), rende la
Chiesa aperta verso il mistero redentivo di Cristo e verso la patria
celeste (Fil 3,20), verso la quale il popolo di Dio è incamminato.
Il latino e la partecipazione
Il latino è la caratteristica della
messa tridentina, che più risalta. Anche la "nuova messa"
si può celebrare in latino, ma resta un rito distinto. La
lingua latina che il Concilio Vaticano II ha deciso di conservare
(SC 36; can. 928 CIC) è una lingua sacra, precisa garanzia
dell'ortodossia e della universalità o cattolicità
della Chiesa, dell'immutabilità del dogma (cfr. Eb 13,8-9),
compromessa dalle molteplici e non sempre felici traduzioni, peraltro
bisognose di continui aggiornamenti.
Già si è detto che il canone è una preghiera
esclusivamente sacerdotale che viene recitata dal sacerdote per
la maggior parte a bassa voce. Per partecipare "attivamente",
cioè spiritualmente, alla santa messa, la cui prima parte,
la c.d. liturgia della parola (letture, omelia) è pienamente
"comprensibile" perché svolta in lingua volgare,
non è necessario capire materialmente ogni singola parola.
Della liturgia bisogna afferrare lo spirito, la sostanza che è
quella di un mistero ossia evento salvifico della redenzione dai
peccati, operata da Cristo, di cui dobbiamo appropriarci, e quindi
della salvezza finale.
Si può ricorrere a un paragone tratto dall'opera: anche in
essa non sempre vengono percepite e capite le singole parole, ma
se ne capisce l'essenza, la sostanza dell'azione o l'azione complessiva,
e se ne percepisce la bellezza. La parole a volte possono disturbare;
è necessario anche e soprattutto il silenzio (esteriore).
E come il sacerdote si serve del messale, così possono fare
i fedeli (con l'ausilio dei messalini o dei foglietti, come per
il libretto dell'opera).
Il sacerdote e i fedeli
Mentre nella "nuova messa" le parti del sacerdote celebrante
e del popolo dei fedeli spesso si confondono, nella messa tradizionale
esse rimangono distinte, in ossequio al principio che la messa è
l'atto di Cristo che lo compie mediante il ministero del sacerdote.
Rimangono distinti il Confiteor ai piedi dell'altare,
l'Agnus Dei, il Domine non sum dignus; la distinzione
tra il sacerdote-mediatore e i fedeli ricorre anche nel Canone, almeno
tre volte: l'adorazione del santissimo Sacramento dopo la consacrazione
è doppia, distinta; è separato il canto o la recita
del Pater noster, pronunciato dal solo sacerdote, anche se
a nome di tutta la Chiesa; ritorna spesso la distinzione nella seconda
persona plurale quando il sacerdote si rivolge ai fedeli, come nei
frequenti Dominus vobiscum - segno ed espressione dell'unione
di Cristo con i fedeli e insieme l'esortazione al raccoglimento alla
presenza di Cristo; non si dà luogo ad abusi e travisamenti
come quando oggi alcuni sacerdoti si esprimono nella prima persona
plurale, non consentito neppure dalla nuova liturgia, come: "questo
nostro sacrificio", "lavaci, purificaci"; "ci
custodisca"; "ci benedica"; un abuso analogo a quello
di trasporre all'indicativo quel che è all'imperativo, meglio
sarebbe dire "implorativo": "Dio ha misericordia di
noi, ci perdona i nostri peccati ecc.", invece di "Dio abbia
misericordia di noi, perdoni i nostri peccati ecc." - è
una preghiera di intercessione richiesta alla fine del Confiteor.
Profonda umiltà
Tutta la messa tradizionale è pervasa da un afflato di profonda
umiltà, insegnataci da Gesù nella parabola del
superbo fariseo e dell'umile pubblicano (Lc 18,9-14): così
nelle preghiere ai piedi dell'altare, prima di salire verso di esso;
così in tutte le orazioni in cui non vengono evitate espressioni
eliminate dalla nuova liturgia perché suonerebbero offensive
al delicato orecchio dell'odierno cristiano che si ritiene maturo,
adulto, come: peccato, riparazione, inferno, le insidie del male,
avversità, nemici, tribolazioni, afflizioni, infermità
dell'anima, durezza del cuore, concupiscenza, indegnità, tentazione,
cattivi pensieri, gravi offese, perdita del cielo, morte eterna, punizione
eterna, frutti proibiti, colpa, eterno riposo, vera fede, meriti,
intercessione, comunione dei santi ecc., al posto delle quali oggi
si vuole sentire solo gioia, festa ed espressioni anche di tipo sociale
o terrestre o vago, come senso cristiano della vita, guarigione dagli
egoismi, conforto della protezione divina, coerenza di vita, spirito
rinnovato, tua amicizia (con Dio), servizio dei fratelli, fraternità
e pace, mondo più umano e giusto, impegno al servizio del prossimo,
desiderio di intesa e di collaborazione, messaggio di bontà
e di gioia, impegno civile, progresso nella libertà e nella
pace, e così via (cfr. Bianchi, Liturgia: memoria o istruzioni
per l'uso? Studi sulla trasformazione della lingua dei testi liturgici
nell'attuazione della riforma, Casale Monferrato, 2002). Le orazioni
tradizionali latine sono, inoltre, molto concise e profonde nella
loro semplicità, quindi pregnanti, e invitano alla riflessione.
Ricchezza e bellezza
La messa tridentina non solo non pecca di eccessiva brevità,
ma è anche ricca nei suoi vari elementi. La nuova messa risulta
accorciata di circa un terzo ed sproporzionata tra una liturgia della
parola a volte eccessivamente lunga, pur essendo le omelie oggi assai
ridotte, e la liturgia eucaristica, specialmente quando viene usata,
come accade di preferenza, la Prece eucaristica seconda. Ma la nuova
messa è anche povera rispetto a quella tradizionale dove abbondano
le orazioni che possono essere anche doppie o triple, le bellissime
sequenze, ispirate dalla sacra scrittura, come Dies irae, Stabat
mater, Veni Sancte Spiritus, Lauda Sion Salvatorem,
Victimae paschali laudes, ecc. È ricca di feste di santi,
di colori, di paramenti, nelle chiese architettonicamente e artisticamente
belle che favoriscono il raccoglimento e l'orazione quale elevazione
della mente a Dio, nella partecipazione alla perenne liturgia celeste,
con frequenti invocazioni degli angeli e dei santi, anche nello stesso
canone romano. Nella messa tridentina si sente la traccia della bellezza
di Dio e del suo regno celeste. Anche grazie al suono dell'organo
e al canto gregoriano, entrambi raccomandati dal Concilio Vaticano
II (SC 116,120). Dio è Verità, Bontà e Bellezza
e la liturgia deve riflettere tali sue proprietà che illuminano
la nostra esistenza. Il Santo Padre, nella carechesi del 26 febbraio
2003, ha insistito sulla necessità della bellezza nella liturgia
e nei canti e nella musica sacra, invitando la Chiesa a farne oggetto
di un esame di coscienza.
Le letture
Il Concilio Vaticano II aveva raccomandato una maggiore ricchezza
biblica nella messa, letture più abbondanti, in modo
che in un determinato numero di anni si legga al popolo la parte migliore
della sacra scrittura (SC 51). Sono nati così dei cicli triennali
di letture bibliche che comprendono anche quelle tratte dall'Antico
Testamento; nelle domeniche e nelle feste si hanno tre letture, delle
quali la prima è presa dal Vecchio Testamento.
A questo proposito bisogna dire che le scelte dei brani scritturistici
non sono sempre felici né con tagli appropriati e che specialmente
le letture dell'Antico Testamento non sono sempre ben comprensibili.
Inoltre, per parola di Dio non è intendersi soltanto la sacra
scrittura o la Bibbia, bensì anche e in primo luogo la predicazione
della Chiesa (cfr. 1Ts 2,13), nella quale l'omelia non consiste soltanto
nel commentare la Bibbia come per i protestanti. Quel che deve essere
esauriente è questa predicazione che deve esporre gli argomenti
principali del Credo, dei sacramenti, della morale cristiana e della
preghiera cristiana, come si ha nei catechismi (cfr. Catechismo della
Chiesa cattolica), mentre un limitarsi ai temi immediatamente proposti
(quando vengono colti) dalle letture bibliche risulta a volte dispersivo
e incompleto, con il danno di una minore fissazione nella memoria
dei punti principali o capitali della dottrina cattolica (cfr. R.
Amerio, Iota unum, Milamo-Napoli, Ricciardi, 1985, p. 541). A voler
dare un panorama completo (non lo sarà mai) della sacra scrittura
ci si imbatte anche in brani poveri di contenuto o ripetitivi, mentre
nella messa tridentina le letture bibliche, specialmente in certi
tempi, come quello della Quaresima, sono più ampie.
L'Offertorio sacrificale
La parte più ridotta della "nuova messa" rispetto
a quella precedente è l'Offertorio, nel quale iniziava
il sacrificio con la presentazione a Dio dei doni sacrificali da parte
della Chiesa; questi doni passavano nella sfera divina e il sacrificio
veniva compiuto mediante la transustanziazione, ossia mediante il
cambiamento del pane e del vino in Corpo e Sangue di Gesù Cristo;
in tale maniera il sacrificio da parte della Chiesa viene a identificarsi
con quello del nostro Signore, diventa tutt'uno con questo e acquista
la sua efficacia. Oggi, invece, nella "nuova messa" l'Offertorio
è stato sostituito con una specie di benedizione della tavola,
di tipo ebraico, quasi fosse soltanto un preludio alla Cena, sulla
quale oggi si pone un accento esagerato quasi nella messa fosse obbligatoria
per tutti e sempre la santa comunione eucaristica. Questa è,
però, soltanto un elemento integrante, obbligatorio per il
solo sacerdote, mentre ai fedeli è vivamente raccomandata,
ma sempre a certe condizioni, tra le quali al primo posto quella dello
stato di grazia. Oggi, invece, si hanno comunioni di massa, in piedi,
anche sulla mano, di molte persone che non si trovano in stato di
grazia, ma commettono un sacrilegio. La messa non è soltanto
o principalmente una Cena, di tipo protestante.
La conclusione
A conclusione della messa tridentina si
ha la lettura del c.d. "ultimo Vangelo", di solito tratto
dal prologo del vangelo secondo san Giovanni, che serve a elevare
potentemente l'animo verso il mistero di Dio Uno e Trino e del Verbo
Incarnato, offerto, sacrificatosi per noi e donatosi a noi nella
santa messa, di modo che esso serve di primo ringraziamento. Nelle
messe c.d. lette seguono anche le preghiere, di nuovo ai piedi dell'altare,
in ginocchio, per la libertà e l'esaltazione della santa
Madre Chiesa e contro il demonio che insidia le anime e la loro
salvezza eterna, prescritte dal grande pontefice Leone XIII. La
loro necessità risulta sempre più chiara dallo svolgersi
della storia contemporanea.
Nelle sagrestie si trovavano nel passato delle tabelle con una serie
di preghiere, fatte di salmi e di altre composte dai santi, che
servivano di preparazione e di ringraziamento al sacerdote
celebrante, comprese le intenzioni di consacrare e di applicare
il sacrificio eucaristico; la preparazione e il ringraziamento sono
prescritti tuttora ai sacerdoti (can. 909 CIC) e servono di esempio
anche ai fedeli; i ritardi nell'arrivare alla santa messa e la dissipazione
subito alla fine compromettono i suoi frutti spirituali.
Riti e simboli
Nelle messe solenni il sacerdote celebrante viene assistito
dal diacono e dal "suddiacono" (ordine maggiore non più
esistente, ma ne rimangono le funzioni nella santa messa solenne);
questi, tra l'altro, cantano il Vangelo e l'Epistola. Si usa anche
l'incenso, per incensare i doni sacrificali, l'altare e le persone.
L'incenso simboleggia il sacrificio perfetto, quello dell'olocausto,
in cui veniva bruciata la vittima (offerta a Dio) e ne saliva verso
Dio il fumo; vengono incensate anche le persone (del celebrante, degli
assistenti, dei fedeli), in quanto si offrono a Dio come vittime spirituali
in odorem suavitatis (Gn 8,21; Ef 5,2); anche le orazioni dei santi
vengono considerate come profumi che salgono verso Dio (Ap 5,8), come
pure le virtù dei cristiani (2Cor 2,15; cfr. Gv 2,3).
Una caratteristica tipica della messa tridentina è il massimo
rispetto verso il SS.mo sacrificio e il SS.mo Sacramento dell'altare;
ciò si manifesta nelle frequenti genuflessioni e nella
massima cura dei frammenti eucaristici secondo il precetto del Signore:
"Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto"
(Gv 6,12), poiché anche nel minimo frammento eucaristico è
presente il Corpo Ss.mo del divin Redentore.
Il bacio dell'altare che rappresenta Cristo è il bacio
riverente in segno di adorazione (cfr. Mt 28,9; Gv 20,17) e di comunione
con Gesù.
Il tabernacolo occupa il posto centrale ed elevato, quale si
addice al trono di Dio.
Un recupero pastorale
Se ci domandiamo, a questo punto, perché la gente si è
allontanata dalla santa messa, possiamo ritenere che il motivo
ne è la sua banalizzazione come risulta da quanto esposto fin
qui. Manca anche il senso di Dio (la fede), il senso del peccato (il
pentimento), il senso della redenzione (la ricerca della grazia);
per colpa anche di una predicazione monca, difettosa, a volte da "falsi
profeti" che addormentano le coscienze, tentando di parlare solo
"al positivo", solo di feste, gioia, risurrezione, trascurando
la realtà del peccato, la necessità della redenzione,
il rinnovamento del sacrificio della croce sull'altare. Non si insiste
più abbastanza sull'obbligo della santa messa (vedi invece
il can. 1247 CIC), né sulle disposizioni necessarie per parteciparvi
(cfr. CCC 1387). C'è un grande rilassamento nella morale cristiana
e nelle celebrazioni liturgiche. Le chiese sono diventate spesso musei,
pinacoteche, sale da concerto. Le modalità con cui vengono
celebrati i sacramenti, in particolare i matrimoni, ne degradano la
sacralità. C'è poco silenzio e raccoglimento nelle chiese,
anche durante o prima o dopo la santa messa.
In tutto ciò prevale lo spirito dei tempi che è uno
spirito antropocentrico: al centro di tutto è posto l'uomo,
la "comunità".
La messa tridentina, invece, favorisce il ricupero del senso di Dio,
del sacro, tributando il retto culto a Dio e arricchendo lo spirito
umano di grazia divina, di bellezza, quindi di felicità. |